Il capo della Consob ricorda che il debito si può ridurre (anche) con un ottimo metodo inglese
Una terza via per Monti
Il 29 giugno è passato e sta per arrivare il 9 luglio, data nella quale si svolgerà il prossimo vertice europeo. E’ lì che si concretizzeranno i risultati di quello del mese scorso. Ma occorrerà passare dalle parole ai fatti. Senza trascurare, però, che il vertice di giugno ha segnato un punto di svolta. In primo luogo ha affermato che dall’euro non si torna indietro. A dire il vero, se ne sentiva il bisogno, perché ormai il chiacchiericcio sulla disgregazione della zona euro iniziava a rappresentare un reale pericolo. di Giuseppe Vegas
3 AGO 20

Il 29 giugno è passato e sta per arrivare il 9 luglio, data nella quale si svolgerà il prossimo vertice europeo. E’ lì che si concretizzeranno i risultati di quello del mese scorso. Ma occorrerà passare dalle parole ai fatti. Senza trascurare, però, che il vertice di giugno ha segnato un punto di svolta. In primo luogo ha affermato che dall’euro non si torna indietro. A dire il vero, se ne sentiva il bisogno, perché ormai il chiacchiericcio sulla disgregazione della zona euro iniziava a rappresentare un reale pericolo. Certo, per rendere effettiva questa prospettiva, sarebbe indispensabile poter garantire risorse illimitate in caso di necessità. Il che, almeno fino a oggi, non è. Ma già i fondi messi a disposizione costituiscono un notevole passo in avanti rispetto al passato.
In secondo luogo, il vertice ha dimostrato che l’Europa c’è. Proprio perché, alla fine, non sono usciti né vincitori né vinti. Ognuno può rivendicare il successo della propria azione. Ma ciò che conta è che la decisione è una decisione europea – che certamente richiederà faticose implementazioni nel futuro – e che l’Europa, quando arriva al punto di non ritorno, è in grado di guardare avanti. Il che è un grande successo politico. Di politica ce ne era proprio bisogno.
In secondo luogo, il vertice ha dimostrato che l’Europa c’è. Proprio perché, alla fine, non sono usciti né vincitori né vinti. Ognuno può rivendicare il successo della propria azione. Ma ciò che conta è che la decisione è una decisione europea – che certamente richiederà faticose implementazioni nel futuro – e che l’Europa, quando arriva al punto di non ritorno, è in grado di guardare avanti. Il che è un grande successo politico. Di politica ce ne era proprio bisogno.
Ci si potrà lamentare del fatto che si poteva intervenire prima e a costi inferiori, che ci poteva essere più coesione tra i diversi paesi e che le prospettive sono ancora incerte. Ma resta il fatto che alea iacta est e che da qui bisogna partire, guardando in faccia alla realtà.
La realtà è che il vero risultato del vertice è stato quello di concedere a tutti un po’ di tempo, come quando si mandano gli studenti ai corsi di recupero estivi. I primi a crederci sono stati i “famigerati” mercati, che hanno reagito dapprima in modo trionfalistico e poi secondo una logica attendista. Fino a quando durerà questo approccio? Non è dato saperlo, ma ogni giorno perso aumenta il rischio di un’inversione di tendenza.
Che fare? E’ chiaro che gli interventi di carattere finanziario sono arrivati fin dove potevano, ma non bastano. Occorre incidere sull’economia reale. Non ci sono scorciatoie. E in questa strada il governo Monti, che ha potuto far tesoro delle cose buone già fatte nel passato, si sta muovendo. Molto è stato fatto o completato, dalle riforme delle pensioni e del lavoro, alle liberalizzazioni, al pareggio di bilancio in Costituzione; molte sono in corso, dal decreto sulla crescita alla spending review. Si poteva fare meglio? Certo. Ma averle fatte non è da poco.
Che fare? E’ chiaro che gli interventi di carattere finanziario sono arrivati fin dove potevano, ma non bastano. Occorre incidere sull’economia reale. Non ci sono scorciatoie. E in questa strada il governo Monti, che ha potuto far tesoro delle cose buone già fatte nel passato, si sta muovendo. Molto è stato fatto o completato, dalle riforme delle pensioni e del lavoro, alle liberalizzazioni, al pareggio di bilancio in Costituzione; molte sono in corso, dal decreto sulla crescita alla spending review. Si poteva fare meglio? Certo. Ma averle fatte non è da poco.
Adesso bisogna concentrarsi su quello che manca e che può fare davvero la differenza, senza farsi prendere dall’angoscia del doversi confrontare con un vertice europeo al mese.
Qualche modesta considerazione. A partire da quella che esiste una “terza via” al risanamento dei conti, tra aumenti di tasse e tagli di spesa arbitrari decisi dal centro. Proviamo a descriverla.
Se un aumento della pressione fiscale può avere effetti positivi sul disavanzo solo per un breve periodo, ma nel medio termine “ammazza il cavallo”, non vi è alternativa a una consistente riduzione della spesa pubblica, che liberi risorse per lo sviluppo – quello vero – e consenta allo Stato di indebitarsi di meno. Per tale via il problema dello spread diventerebbe meno drammatico.
Si parla tanto di spending review, ma è una pratica che si può esercitare con il bisturi o con l’accetta. Ma, in entrambi i casi, potrebbe non funzionare. Perché non pensare allora che per tagliare la spesa basterebbe utilizzare gli strumenti offerti dalla riforma della legge di contabilità del 2009? Si dovrebbe quindi passare rapidissimamente al bilancio di cassa (che è quello vero, come quello domestico, in cui è contabilizzato quanto realmente si incassa e si spende), fissando dei limiti alla spesa corrente di ogni ministero, con una contemporanea delegificazione del sistema dei diritti soggettivi – ivi compresi quelli del personale – legati alla spesa pubblica. In sostanza l’erogazione effettiva dei benefici economici di una legge di spesa dovrebbe dipendere dalla capienza finanziaria e non da un sistema di diritti “blindati” e i giudizi dei tribunali non potrebbero avere come risultato quello di allargare i cordoni della borsa. Si tratta di un meccanismo aggiornato dei cosiddetti “tagli orizzontali”? Certamente sì. Ma l’andamento del confronto attuale tra governo e parti sociali dimostra che è sostanzialmente impossibile trovare un accordo condiviso. Meglio allora attribuire ai dirigenti la responsabilità della scelta su cosa tagliare: su di essi graverebbe la duplice responsabilità di realizzare i tagli nella percentuale prefissata, garantendo contemporaneamente un servizio efficiente. Ci si è provato, senza molto successo, nel passato. Conferire loro, finalmente, una reale autonomia, potrebbe risolvere il problema.
Un secondo rimedio è quello di passare da un sistema legislativo “cristallizzato” nel tempo a un meccanismo di sunset legislation. In sostanza ciò vuol dire che tutte le leggi di spesa, comprese quelle in vigore, avrebbero una durata limitata (3-5 anni), dopo di che dovrebbero essere riapprovate dal Parlamento. E’ un metodo che consentirebbe di cancellare automaticamente migliaia di disposizioni che hanno creato posizioni di vantaggio per questo o quel soggetto e che nessuno – per forza di inerzia o per incapacità politica – ha più provveduto ad abrogare. Ad esempio, l’Ente opere laiche palatine pugliesi è riuscito a sopravvivere ben settantacinque anni a carico del contribuente, prima che qualcuno, nel 2011, se ne accorgesse.
Qualche modesta considerazione. A partire da quella che esiste una “terza via” al risanamento dei conti, tra aumenti di tasse e tagli di spesa arbitrari decisi dal centro. Proviamo a descriverla.
Se un aumento della pressione fiscale può avere effetti positivi sul disavanzo solo per un breve periodo, ma nel medio termine “ammazza il cavallo”, non vi è alternativa a una consistente riduzione della spesa pubblica, che liberi risorse per lo sviluppo – quello vero – e consenta allo Stato di indebitarsi di meno. Per tale via il problema dello spread diventerebbe meno drammatico.
Si parla tanto di spending review, ma è una pratica che si può esercitare con il bisturi o con l’accetta. Ma, in entrambi i casi, potrebbe non funzionare. Perché non pensare allora che per tagliare la spesa basterebbe utilizzare gli strumenti offerti dalla riforma della legge di contabilità del 2009? Si dovrebbe quindi passare rapidissimamente al bilancio di cassa (che è quello vero, come quello domestico, in cui è contabilizzato quanto realmente si incassa e si spende), fissando dei limiti alla spesa corrente di ogni ministero, con una contemporanea delegificazione del sistema dei diritti soggettivi – ivi compresi quelli del personale – legati alla spesa pubblica. In sostanza l’erogazione effettiva dei benefici economici di una legge di spesa dovrebbe dipendere dalla capienza finanziaria e non da un sistema di diritti “blindati” e i giudizi dei tribunali non potrebbero avere come risultato quello di allargare i cordoni della borsa. Si tratta di un meccanismo aggiornato dei cosiddetti “tagli orizzontali”? Certamente sì. Ma l’andamento del confronto attuale tra governo e parti sociali dimostra che è sostanzialmente impossibile trovare un accordo condiviso. Meglio allora attribuire ai dirigenti la responsabilità della scelta su cosa tagliare: su di essi graverebbe la duplice responsabilità di realizzare i tagli nella percentuale prefissata, garantendo contemporaneamente un servizio efficiente. Ci si è provato, senza molto successo, nel passato. Conferire loro, finalmente, una reale autonomia, potrebbe risolvere il problema.
Un secondo rimedio è quello di passare da un sistema legislativo “cristallizzato” nel tempo a un meccanismo di sunset legislation. In sostanza ciò vuol dire che tutte le leggi di spesa, comprese quelle in vigore, avrebbero una durata limitata (3-5 anni), dopo di che dovrebbero essere riapprovate dal Parlamento. E’ un metodo che consentirebbe di cancellare automaticamente migliaia di disposizioni che hanno creato posizioni di vantaggio per questo o quel soggetto e che nessuno – per forza di inerzia o per incapacità politica – ha più provveduto ad abrogare. Ad esempio, l’Ente opere laiche palatine pugliesi è riuscito a sopravvivere ben settantacinque anni a carico del contribuente, prima che qualcuno, nel 2011, se ne accorgesse.
Si potrebbe provare a tagliare il nodo gordiano dei rapporti finanziari tra stato, regioni ed enti locali semplicemente abolendo tutti i trasferimenti dello stato verso questi ultimi e sopprimendo le compartecipazioni e le addizionali. E poi lasciando liberi questi enti di definire autonomamente la loro pretesa fiscale nell’ambito del patto di stabilità europeo. Dopo di che decideranno i cittadini quali sono gli enti amministrati bene e quali amministrati male.
Ridurre la spesa non basta. Occorre anche tagliare lo stock di debito, per avvicinarlo il più rapidamente possibile all’entità del pil. Allo scopo sarebbe necessario creare un fondo di stabilizzazione finanziaria cui far conferire asset di valore (immobili pubblici, partecipazioni in società e riserve) e che emetta bond con un rating “tripla A” e la cui raccolta serva a riacquistare titoli del debito pubblico emessi a tassi più elevati. In questo modo si potrebbe diminuire il costo degli interessi che si rifletterebbe in un generalizzato abbassamento degli spread.
Ridurre la spesa non basta. Occorre anche tagliare lo stock di debito, per avvicinarlo il più rapidamente possibile all’entità del pil. Allo scopo sarebbe necessario creare un fondo di stabilizzazione finanziaria cui far conferire asset di valore (immobili pubblici, partecipazioni in società e riserve) e che emetta bond con un rating “tripla A” e la cui raccolta serva a riacquistare titoli del debito pubblico emessi a tassi più elevati. In questo modo si potrebbe diminuire il costo degli interessi che si rifletterebbe in un generalizzato abbassamento degli spread.
Ma questi titoli potrebbero anche essere utilizzati per operare riacquisti finalizzati alla diminuzione del debito. E qui veniamo all’ultimo punto. Quello di un intervento forte di taglio del debito. Sono state presentate diverse proposte, a cominciare da quella Monorchio-Salerno, si possono vendere asset sovrabbondanti, si può far ricorso a strumenti di finanza straordinaria. Al governo – che ha la responsabilità – la scelta. Ciò che conta è che questo è il momento delle decisioni.
Il 29 giugno è passato e sta per arrivare il 9 luglio, data nella quale si svolgerà il prossimo vertice europeo. E’ lì che si concretizzeranno i risultati di quello del mese scorso. Ma occorrerà passare dalle parole ai fatti. Senza trascurare, però, che il vertice di giugno ha segnato un punto di svolta. In primo luogo ha affermato che dall’euro non si torna indietro. A dire il vero, se ne sentiva il bisogno, perché ormai il chiacchiericcio sulla disgregazione della zona euro iniziava a rappresentare un reale pericolo.
di Giuseppe Vegas - Presidente della Consob